Le avventure di TinTin: il segreto dell’unicorno

Dalle pagine di George Prosper Remì, meglio noto come Hergè, Steven Spielberg ci presenta TinTin (Jamie Bell), un giornalista dalle sembianze fanciullesche di grande talento, già autore di articoli di successo. Con il suo inseparabile fox terrier Milou, fedele e indispensabile aiutante, sta per imbarcarsi in una spiacevole avventura comprando da un rigattiere il modellino di un’antica nave con tre alberi maestri e cinquanta cannoni: l’Unicorno. La nave sembra essere interessante per molte persone, tra cui il perfido Ivan Ivanovitch Sakharine (Daniel Craig). Presto TinTin scoprirà il motivo: il veliero racchiude una pergamena, contenente una poesia. Dopo brevi ricerche il nostro giornalista dai capelli rossi scopre che l’Unicorno era il vascello maledetto del capitano Haddock che trasportava un grandissimo tesoro. Rileggendo l’indizio capisce che devono esserci altri due modellini di navi identiche con altre due poesie indispensabili per trovare l’inestimabile fortuna.
In questo punto cruciale delle indagini viene rapito da Sakharine e imbarcato sulla nave che il perfido uomo ha rubato, richiudendone il capitano in cabina. TinTin riesce a liberarsi e a salvare il prigioniero, che si presenta come il capitano della marina mercantile Haddock (Andy Serkis), diretto discendente dello sfortunato padrone dell’Unicorno. Purtroppo l’uomo vive in uno stato di perenne ebbrezza e, pur essendo l’unico in grado di risolvere l’enigma, non ricorda nulla. Così Milou, Haddock e TinTin iniziano la loro avventura, aiutati in corso d’opera dai bizzarri detective bombetta e bastone Thompson & Thomson (Simon Pegg e Nick Frost), e perennemente braccati da Sakharine, uomo dall’oscuro passato alla ricerca non solo del tesoro, ma anche di una vendetta personale.
Era il 10 gennaio 1929 quando la prima delle ventitré storie di TinTin (più una ventiquattresima rimasta incompiuta) fece capolino per la prima volta nel settimanale a fumetti belga “Le Petit Vingtième”, in allegato al quotidiano cattolico “Le Vingtième siècle”.
Novantadue anni dopo, in un ambiente molto più moderno, quei maestri di regia Spielberg e di produzione Peter Jackson portano sugli schermi la prima avventura del giornalista dai calzoni alla zuava trasformandolo in un piccolo Indiana Jones pel di carota, avvalendosi dell’animazione 3D.
Personalmente non ero entusiasta del film già dal trailer ma essendo incuriosito da Spielberg alla fine l’ho scelto. Solo poi ho scoperto che lo proiettavano esclusivamente in 3D, così quando ho indossato gli occhialini ero maldisposto al massimo. In genere il 3D è superfluo, inutile e fastidioso, pesante da sopportare per tutta la durata della pellicola.
Già dall’incipit iniziale ho dovuto ricredermi: un gioco di luci e ombre che apre le danze, un po’ di diversità! Le scene sono interamente girate con la tecnica della performance capture (o motion capture) maniera sorprendentemente realistica, niente a che vedere con il passato tentativo di Robert Zemeckis, un meritato applauso quindi alla bravura della Weta Digital riuscita anche a rimanere fedele all’originale. E devo ammettere che il 3D è obbligatorio. Le navi che solcano i mari, le rocambolesche fughe tra le navate e le vele del protagonista, i duelli sono valorizzati in maniera esemplare catturando la fantasia e l’attenzione, merito anche di una narrazione minuziosa e scorrevole. Sembra di essere nel film e non davanti al film, 107 minuti che volano!
Spielberg ritorna bambino abbracciando le favole e supera se stesso, perfezionando la tecnica di Polar Express, unendo la storia datata con le innovazioni tecniche dei nostri giorni, varcando il confine tra cinema d’azione e cinema visionario. Il risultato è che alla fine del film si ha proprio la sensazione di uscire da un mondo per tornare alla realtà. Uno spettacolo con i fiocchi, con il finale che introduce già la seconda avventura, che ci lascia piacevolmente sorpresi: per una volta è stato il trailer a non essere all’altezza del film e non il contrario, come dimostra anche la bassa presenza di spettatori. Ecco il lato positivo: un buon film ben fatto da gustare in tranquillità senza affollamenti in sala. Cosa volete di più? 
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3D spettacolare, motion capture anche troppo realistica, però vi giuro che se non avessi letto il cast non avrei mai riconosciuto nè Daniel Craig, nè Jamie Bell!! In “A christmas carol” i personaggi erano riconducibili!