Le ali della libertà

1946, Andy Dufresne (Tim Robbins) è un dirigente bancario calmo e riflessivo di Portland, nel Maine. Oltre a scoprire il tradimento della moglie, deve far fronte anche al suo assassinio e a quello del suo amante. Il suo carattere gli gioca contro: la sua freddezza e pacatezza lo spinge ad essere incastrato per i suddetti omicidi, e condannato a due ergastoli nella prigione di Shawshank.
Qui conosce gli abusi sessuali da parte dei duri del penitenziario e i soprusi delle guardie e del loro capo, ma si distingue ancora per il suo distacco. Stringe amicizia con Red (Morgan Freeman), ergastolano da trent’anni, un nero che regna sovrano sul contrabbando della prigione e può procurarti qualsiasi cosa ti serva. Anche un martelletto da roccia, utilissimo ad uno appassionato di minerali come Andy.
Dufresne riesce ad entrare nella biblioteca del carcere, affiancando il vecchio Brooks (James Whitmore), continuando a scrivere lettere e rompere le scatole al Senato per avere libri, dischi e fondi. E ci riesce! Peccato che dopo 50 anni Brooks debba tornare in libertà, e trovando tutto troppo diverso e cambiato, decide d’impiccarsi..
Nel frattempo Andy si distingue per le sue competenze economiche, iniziando con alcuni conteggi per i secondini e finendo per diventare la spalla del direttore Samuel Norton (Bob Gunton), fanatico della Bibbia, diventando suo complice in frode fiscale:i soldi guadagnati illegalmente affluiscono in un conto intestato ad un nome di pura invenzione, Randall Stephens. Intanto continua con il progetto della biblioteca e l’istruzione per i giovani galeotti come il ladruncolo Tommy Williams (Gil Bellows).
Il giovane è al corrente dell’innocenza di Dufresne, infatti ha parlato con il vero assassino di sua moglie in un altro carcere,un certo Bletch, che gli ha raccontato la storia. Norton capisce che questa rivelazione implicherebbe la perdita del suo complice, troppo prezioso, così toglie di mezzo Tommy e lo uccide.
Andy non può più aspettare, sono vent’anni che trama un piano di fuga. Con il martelletto da minerali di Red ha scavato un cunicolo nella sua cella, coprendolo con un poster. Inoltre conosce tutti i brogli fiscali del direttore, e anche dove sono i soldi. Sottrae i depositi e i vestiti del caporione, evade dal cunicolo attraverso le fogne, e “rinasce” come Randall Stephens ,deciso a presentarsi in banca e riscuotere i suoi risparmi. E Norton? Quest’ultimo viene denunciato, e pur di non marcire in galera, si spara.
Mentre in prigione è ormai una leggenda, Andy vive dunque tranquillo e straricco su un’isolata spiaggia messicana, a Zihuatanejo. E Red, ottenuta finalmente dopo quarant’anni una riduzione di pena per buona condotta, viola la libertà condizionata e riesce a raggiungerlo tramite svariati indizi, e rincontrarlo da uomo libero. D’altronde, come dice Andy, “o si fa di tutto per vivere, o si fa di tutto per morire”..
Complimenti all’ungherese Frank Darabont, sceneggiatore e regista di questa pellicola, appoggiato da un’eccellente base quale “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” di Stephen King, dal libro Stand by Me (Stagioni Diverse). Un solido esempio dei pochi film che si mantengono fedeli al testo, con solo qualche lieve discordanza per esigenze di copione. Uscito nel 1994, riceve ben sette nomination agli Oscar nel 1995, senza purtroppo vincerne nemmeno uno: miglior film, miglior attore protagonista (Freeman), miglior sceneggiatura non originale, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior sonoro.
Un dramma carcerario, con un finale ricco di suspense che ben giustifica qualche lungaggine nelle due ore abbondanti di pellicola. D’altronde il tempo là dentro non passa mai … Freeman e Robbins mettono la ciliegina sulla torta con i loro ruoli,un applauso alla loro performance.
Un film che è un omaggio al cinema, che evidenzia il valore di un’amicizia sincera nata in un ambiente duro e squallido come il carcere, che mette in rilevanza anche i valori dell’apparenza e della corruzione, basti pensare a com’è finito dentro Andy.
Un film che vuole anche riportare in alto certi valori artistici e culturali, nel modo in cui Dufresne riversa amore nel ricostruire la biblioteca, o come trasmette abusivamente nei microfoni della prigione le note classiche di Mozart ne “Le nozze di Figaro”.
Un film che dovrebbe farci riflettere su uno dei beni più preziosi che abbiamo, così prezioso che noi lo diamo per scontato: la libertà. E qui impariamo che la speranza, aiutata da una buona dose di pazienza e voglia di lottare, è l’ultima a morire.
Commovente e struggente, non solo vi consiglio di vederlo, ma anche di rivederlo. E ancora. E ancora. E se non basta, un’altra volta ancora.
by Stievano Tomas
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Penso che questo film sia un capolavoro. Lungo, forse non tutti lo sopporteranno, ma vi dico che ne vale la pena. I valori che c’insegna passano attraverso un’ambiente squallido e degradante, per arrivarci ancora più veri ed evidenti: amicizia e speranza come detto nella recensione, ma ancora più grande la libertà. Una cosa che ogni essere umano ha per diritto dalla nascita, e non ci pensa finchè non la perde, e desidera piccole cose così scontate per il resto del mondo,come camminare all’aria aperta quando e quanto si vuole7.. Mi viene in mente il desiderio di Hannibal Lecter a colloquio con Clarice Starling:”Una finestra.. Una piccola finestra da cui vedere fuori..” Che cosa triste..
C’è bisogno di dire che è un capolavoro, considerata la mente da cui è partita l’idea?
Grazie Stephen, non smettere mai! Onore e merito anche a Darabont!